NON Ghènesis Sandàlion (ovvero dell’imperativo etico ed ideologico di impedire l’identificazione tra Shardana e Nuragici) di Stefano Lecca

“La civiltà dei nuraghi si direbbe invero ancora oggi, nonostante decenni di esplorazioni e di studi, relegata quasi sul margine dell’interesse della disciplina preistorica ed archeologica ufficiale, come un dominio incantato e nebuloso, disseminato di agguati e di misteri. Gli scavi sistematici iniziati soltanto agli albori del nostro secolo, in modo frammentario, e tuttora limitatissimi rispetto all’ampiezza del territorio e al numero imponente delle superstiti rovine antiche; le pubblicazioni per lo più confinate in atti accademici di scarsa diffusione o in periodici e fascicoli circoscritti all’ambiente isolano; la stessa natura della cultura paleosarda, apparentemente chiusa in se stessa e segnata da caratteri di inconfondibile originalità, tale da aver scoraggiato, sino a questi ultimi anni, un tentativo di inquadramento organico e criticamente soddisfacente della Sardegna nello sviluppo della preistoria e protostoria mediterranea: tutti questi motivi, singolarmente o presi assieme, potranno addursi a spiegare le perduranti incertezze ed approssimazioni nella conoscenza e nella valutazione di una delle più suggestive esperienze culturali del mondo antico. Se alla Sardegna preromana manca l’eco della tradizione poetica e storica che nobilita gli avanzi delle civiltà preclassiche del Mediterraneo orientale, il linguaggio delle sue innumerevoli torri ciclopiche, dei suoi monumentali sepolcri, delle sue vivaci sculture s’impone eloquente a chi sappia e voglia intenderne il significato umano. Giacché fabbricatori di quelle opere grandiose e preziose non furono i giganti e le fate della leggenda locale, né il Dedalo del mito greco, né le astratte figure di antichissimi e solitari pastori-guerrieri evocate da alcuni archeologi moderni; bensì uomini concretamente attivi ed organizzati, aperti alle grandi correnti di cultura che le vie del mare trasferivano ed accendevano da oriente ad occidente fra il secondo e il primo millennio avanti Cristo, artefici essi stessi di una particolare forma di civiltà che, pur con le sue apparenze inconsuete ed arcaiche, toccò l’apogeo in piena età storica, e cioè nel periodo della colonizzazione del Mediterraneo occidentale da parte dei Fenici e dei Greci.” (la Sardegna nuragica, 1950, p.69)

Ad un lettore moderno, emancipato e politically correct queste potrebbero apparire le parole dal taglio critico, ma anche foriere di revanscismo, di un “Fantarcheologo” o peggio, un “Fantarcheosardista” contemporaneo, come quelli che secondo alcuni starebbero spuntando come funghi nell`umido tepore del sostrato archeologico contemporaneo.
Come a dire, citando Battiato, che “in quest`epoca di pazzi, ci mancavano gli idioti dell`onore”.

Ebbene, non me ne vorranno i potenziali delusi, ma queste sono le parole enunciate nel marzo del 1950 da Massimo Pallottino, considerato il piu` grande archeologo ed etruscologo del XX secolo, scopritore delle lamine di Pyrgi che gli consentirono il deciframento della lingua etrusca; lo stesso studioso che dedico` inoltre parte della sua brillante carriera nel formalizzare un metodo di sintesi della storiografia mediterranea, e in special modo italica, che eradicasse (o comunque ammorbidisse) per sempre il concetto di “origine” dei popoli per affiancargli il concetto di “formazione” lungo la storia e la protostoria. Fu proprio a partire da questa “rivoluzione copernicana”, quandanche embrionale, se ad oggi i paradigmi antropologici di analisi delle culture che si sono succedute durante le varie fasi storiche e protostoriche, in particolari contesti geografici, sono radicalmente cambiati rispetto al secolo scorso.

Ma non sarebbe tanto l`estratto dell`etruscologo con cui abbiamo aperto l`articolo a far potenzialmente rizzare i capelli a molti (mentre contemporanemente si accappona loro la pelle), quanto cio` che segue dichiarando:



“Per superare le incertezze si è supposto da alcuni studiosi che i Sardi fossero un popolo di navigatori mediterranei che sullo scorcio del II millennio avrebbero colonizzato l’isola occidentale, dandole il proprio nome. Da altri si è negato decisamente qualunque rapporto fra le fonti orientali e la Sardegna. Ma in verità, pur mancando una prova assoluta, non può negarsi che il sommarsi di diversi argomenti favorevoli, anche se singolarmente insufficienti, e la mancanza di concreti argomenti contrari inducano piuttosto ad accettare che a respingere una connessione, dalla quale verrebbe ad essere felicissimamente illuminata, seppure di scorcio, una fase particolarmente remota ed oscura della storia e della civiltà delle genti paleosarde.” (la Sardegna nuragica, 1950 p. 86)

Se non avete ancora capito a cosa Pallotino si riferisca, e` bene che sappiate che e` la stessi tesi che supportano da circa due secoli nell`ordine cronologico:

Francois Champollion, Egittologo, traduttore della Stele di Rosetta e padre del primo tentativo in assoluto di decifrazione del geroglifico egizio.

Rouge` Emanuel, Egittologo, conservatore al museo egizio del Louvre e professore al College de France.

Francois Chabbas, Egittologo, direttore della rivista L’Égyptologie e membro della blasonata Royal Netherlands Academy of Arts and Sciences.

Giovanni Lilliu, Archeologo, gia` Soprintendente per le antichita` della Sardegna e Accademico dei Lincei.


– Renato Peroni, Archeologo, docente di Protostoria Europea alla Sapienza Università di Roma, Accademico dei Lincei

Michel Gras, Archeologo, membro straniero dell’Istituto di studi etruschi ed italici.

– Robert Drews,
Storico, professore emerito di studi classici presso l’Università Vanderbilt di Nashville.

Vassos Karageorgìs, Archeologo, Professore al Cypriot institute, membro dell`International committee Unesco per il Libano e Gerusalemme.

– Giovanni Ugas,
Archeologo, gia` direttore per la Soprintendenza di Cagliari e Oristano.

Christian Greco, Egittologo, direttore del Museo Egizio di Torino.

Ovvero l`ipotesi dell`identita` tra civilta` sarda dell`Eta` del Bronzo, piu` conosciuta come “Civilta` nuragica”, con uno dei “Popoli del mare” che entro` prepotentemente sulla scena mediterranea sul finire dell`eta` del Bronzo, descritto come “ShRDN” (Sherden, Shardana) nei resoconti degli imperi orientali Egizi e Ittiti.

Chiaramente la correttezza che impone la trattazione di questo delicato argomento, mi invita a far riflettere il lettore sul fatto che per ogni studioso che ha appoggiato e/o appoggia tuttora la tesi “ShRDN-Sardi nuragici”, ce ne sono stati e ce ne sono ancora almeno altrettanti che non la ritengono sufficientemente esaustiva e comprovabile. La lista e` lunga e autorevole: Maspero, Sandars, Vagnetti, Cavillier per citarne solo alcuni. Godono tutti del massimo rispetto, senza eccezioni.
Come sempre accade in fase di ipotesi, nell`ambito di una discussione scientifica seria, si verificano i dati a supporto e si contestano o acquisiscono come rispettivamente controversi o esaustivi, e nel peggiore dei casi, quando la situazione risulta in stallo, vige la regola dell`attesa degli aggiornamenti. Ognuno rimane della propria idea, e continua il proprio percorso di ricerca cercando di apportare ossigeno alla propria teoria, o perche` no, capita anche che possa cambiare idea o modificare l`impostazione di partenza a seconda delle prove che si ritrova via vi tra le mani.
Per quanto riguarda la “vexata quaestio” della connessione ShRDN-Sardi nuragici, questa dura ad occhio e croce da due secoli, senza che una posizione riesca a prevalere sull`altra.

Anche Pallottino, da studioso attento, negli anni `50, si interrogava sulle criticita` che potevano esistere nel definire i sardi gli “Sherdani” delle fonti egizie:

La supposta identificazione dei Sherdani con i Sardi riposa essenzialmente su tre argomenti: 1. la omofonia del nome, nella sua struttura consonantica e nella analogia della pronuncia con la forma dell’aggettivo etnico Sardanios presente nei testi greci più antichi; 2. l’origine straniera, transmarina e settentrionale, nonché la provenienza da occidente almeno in uno dei grandi tentativi di invasione dell’Egitto (quello promosso dai Libici ai tempi di Amejnoptah); 3. qualche somiglianza rilevabile nell’armamento con quello delle statuette di bronzo di guerrieri sardi, delle quali si dirà più particolarmente a suo luogo.
L’ultima considerazione presenta senza dubbio una certa debolezza, tenuto conto del dislivello cronologico esistente, come si vedrà, fra i due gruppi di monumenti figurati che si vogliono mettere a confronto e della presenza dell’elmo a corna, dello scudo rotondo, della spada lunga anche presso altre genti mediterranee.
(la Sardegna nuragica, 1950 p. 86)

Questi i tre assunti che metteva sul tavolo il Pallotino a supporto della sua tesi, tutti bene o male concreti, meno uno, l`ultimo, per il quale lui stesso si trovava, a suo dire, in difficolta`:


“il dislivello cronologico esistente, come si vedrà, fra i due gruppi di monumenti figurati che si vogliono mettere a confronto (Bronzi sardi e bassorilievi egizi n.d.a.)”

Tornando al 2017, e analizzando le scoperte clamorose succedutesi almeno a partire dal 1995 (anno della morte dello studioso) provenienti dagli scavi archeologici effettuati in Sardegna, sono certo che Pallottino da sostenitore degli “Sherdani sardi” salterebbe sulla sedia potendo leggere i nuovi dati.
Per chi non lo sapesse (e sono incomprensibilmente in tanti), e` piu` o meno da dieci anni che formalmente in Sardegna si trovano le prove della fabbrica dei tipici bronzi figurati sardi in contesti che non sfondano il muro del XIII-XII sec a.C. (Bronzo recente-finale), la qual cosa metterebbe in dubbio una volta per tutte l`orientamento generale nell`inquadrare i bronzi figurati tra X-VII sec. a.C. tipico (e topico) argomento utilizzato da chi finora muove critiche verso l`identita` dei sardi nuragici con gli ShRDN.

Leggiamo direttamente le parole degli archeologi che hanno scavato in Sardegna tra il 2008 e oggi:



“Per le ragioni stratigrafiche sopra esposte la costruzione del pozzo dovette avvenire in una fase di transizione tra il Bronzo Medio e il Bronzo recente. A parte un unico frammento decorato a tacche, rinvenuto durante la campagna di scavo del 1998, nell`area delle capanne a 50 metri ad est del pozzo (nello strato 32), in tutta l`area di Funtana Coberta e in tutti gli altri strati nuragici scavati intorno al pozzo, sigillati dagli strati di eta` repubblicana, allo stato attuale delle ricerche, e` del tutto assente la ceramica che contraddistingue le fasi pregeometrica, geometrica e orientalizzante. Dunque la vita del pozzo in eta` nuragica sembra essersi conclusa entro gli inizi del Bronzo Finale, ed e` a questa fase che si devono attribuire i pochi resti di bronzistica figurata: l`orecchio di animale, il piedino di statua, la cui datazione trova conferma nelle ceramiche che erano nello stesso strato, il frammento a forma di corno di statuina e la testa di guerriero nuragico.”
– Manunza – La stratigrafia del vano A di Funtana Coberta (Ballao – CA) – 2008 –

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Peraltro, secondo Lo Schavo, la medesima tecnica della fusione a cera persa utilizzata per creare le statuine bronzee,  fu adottata in Sardegna tra XIV e XI sec. a.C.:

Sull’attività fusoria dominante, non vi è dubbio sul fatto che la tecnologia della lavorazione del rame, del bronzo e, alle origini, anche del ferro, derivarono alla Sardegna dal Mediterraneo orientale e specificamente da Cipro, dove la produzione dei lingotti oxhide si inquadra fra il XIV e l’XI sec. e non oltre. Anche in Sardegna, in Sicilia a Thapsos e nelle Eolie a Lipari la circolazione di questi lingotti, incluso il seppellimento nei ripostigli, è compresa entro questi limiti cronologici. La tecnica della produzione “a cera persa” tipica dei bronzi figurati è inscindibilmente legata a quella degli altri manufatti come recipienti, armi, attrezzi e ornamenti che la impiegavano in tutto o in parte, venendo poi a loro volta riprodotti in miniatura con lo stesso procedimento. In sintesi, dai dati a nostra disposizione l’attività fusoria in Sardegna può considerarsi dominante fra l’età del Bronzo recente e finale, quando i nuragici appresero le diverse tecniche e le applicarono immediatamente (anche di ciò vi sono le prove stratigrafiche e di contesto) nella produzione di manufatti originali, d’uso e cultuali.
– Lo Schiavo, Campus, Leonelli – La transizione culturale dall’età del bronzo all’età del ferro nella Sardegna nuragica in relazione con l’Italia tirrenica – 2008 –

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Di recente tali orientamenti sono confermati dai rinvenimenti dentro la c.d. Tomba della Spada presso Oroli Arrubiu:

Appare del tutto imprevista l’evidente associazione stratigrafica, pur in strati manomessi in antico e di recente, fra i frammenti di corna cervine e reperti, quali la scodellina a risega interna e la spada votiva, che sono indubitabilmente databili al BR. E una datazione che potrebbe sembrare difficile da accettare, eppure, per una tecnica complessa come quella della cera persa, dobbiamo pensare a tempi lunghi, in parallelo con quelli scanditi per la metallurgia cipriota, dove questa tecnica e attestata dal Tardo Cipriota IIB, e dunque ben oltre il limite della fine dell’eta del Bronzo finale proposto da alcuni autori. Inoltre i piu recenti scavi riportano senza dubbio la datazione della piccola bronzistica figurata almeno a fasi non tarde del BF. Il contesto delle tomba Arrubiu 1 e, se si esclude l’infiltrazione del minuscolo frammento di eta romana, sostanzialmente omogeneo, e nulla vi e che possa riportare a fasi piu recenti del BR.
– Perra et al. – La Tomba di Giganti del nuraghe Arrubiu di Orroli (CA), o La Tomba della Spada – 2015 –

tomba della spada didascalia

A questo punto appare evidente che esista una porzione dell`archeologia sarda che da anni pubblica risultati clamorosi, a tratti rivoluzionari, per cio` che concerne l`Eta` del Bronzo isolana e un`altra parte dell`archeologia sarda che critica in maniera eterodossa e fragorosa, al di la` del consesso scientifico, sia i lavori portati avanti da alcuni colleghi, sia, in maniera trasversale, l`entusiasmo che questi generano nella variegatissima opinione pubblica sarda.
Appare infatti contradditorio il fatto che la Ardu non prenda in considerazione le nuove emergenze empiriche rimanendo su posizioni che certamente gli stessi “Pallottiniani” avrebbero sostenuto, ma negli anni `50:

 

Osservando i noti bassorilievi si osserva che le differenze con i bronzetti e le navicelle sono notevoli, le produzioni artigianali sarde bronzee fino a prova contraria sono più tarde (X-VII sec. a. C.), mentre la battaglia dei popoli del mare avvenne nell’VIII anno del regno di Ramses III (ca 1177 a.C.).”

Anna Ardu oubliettemagazine

Lamentando infine che:

“Sul web quotidianamente riceviamo minacce di morte, in quanto i beni culturali non dovrebbero appartenere allo Stato ma dovrebbero essere gestiti dalla gente comune, accusando gli studiosi di eseguire ordini dall’alto a danno della “vera” identità storica dei Sardi, e di nascondere in magazzini inaccessibili e magari anche sotto il letto reperti archeologici che sarebbero presunti documenti di verità inaccettabili dal potere costituito.”

Chiaramente le minacce di morte sono qualcosa di detestabile e bisogna condannarle sempre e comunque, sono solidale per questo con la Ardu e invito chiunque a fare altrettanto. D`altro canto, se e` vero che l`accusa rivolta agli archeologi di “nascondere i reperti” e` sicuramente irrispettosa verso una categoria di professionisti che svolge il proprio lavoro con dedizione e (molto piu` spesso di quanto non si immagini) sacrificio economico e personale, altrettanto vero e` che questo possa innanzitutto dipendere dalla frustrazione per un dibattito che, a giudicare dalle parole di alcuni critici della teoria ShRDN-Sardi nuragici, rimane inchiodato, a dir poco immotivatamente, agli anni ’50.

Insomma pare insistere una stagnazione anche in presenza di nuovi e fondamentali sviluppi.
Come se questo non fosse sufficiente, e` dal 2016 che Giovanni Ugas, esperto archeologo e allievo di Giovanni Lilliu, e` venuto alla ribalta delle cronache, infarcendo non poco il dibattito, con una corposissima pubblicazione divulgativa dal titolo “Shardana e la Sardegna. I Popoli del Mare, gli alleati del Nord Africa e la fine dei grandi regni” che al proprio interno dovrebbe contenere tutte le prove raccolte in decenni di studio sulla connessione ShRDN-sardi nuragici.
Sebbene questa opera omnia possa essere certamente non priva di punti contestabili e comunque soggetti a critica da parte dei colleghi, continuano invece a moltiplicarsi argomenti che con la critica al metodo di Ugas, ad esser buoni, hanno poco a che fare.

“Polisportiva Shardana, ristorante Shardana, vino Shardana…In Sardegna ormai tutto è Shardana, Shardana è il prezzemolo buono per ogni piatto, il passepartout per ogni attività che voglia in qualche modo alludere o richiamare, a proposito o a sproposito, l’antichità dell’Isola e in special modo la Civiltà Nuragica. Ma chi erano veramente gli Shardana e, soprattutto, esiste qualche loro fondata relazione con la Sardegna? I cosiddetti Shardana sono un gruppo umano che le fonti scritte egizie e del Vicino Oriente collocano nella stessa area geografica in diversi contesti storici degli ultimi secoli del II millennio a.C. Gli studiosi da lungo tempo dibattono sull’identificazione loro e di altri gruppi umani a volte ad essi associati nelle stesse narrazioni. Nell’ambito di tale discussione la possibilità che abbiano a che fare con la Sardegna, e in quale senso, è tutt’altro che pacificamente accettata dall’intero mondo scientifico: gruppi di Nuragici dislocati in Oriente, o gente di origine orientale e giunta poi nell’Isola, o che nulla ha a che fare con essa? Fin qui le domande degli studiosi seri, mentre per il mondo dei dilettanti di un’archeologia fai da te, che sconfina sistematicamente nella fantarcheologia, gli Shardana sono senza dubbio i Nuragici in una mitizzata, fino al ridicolo, dimensione di dominatori dell’intera area euro-mediterranea, faro di cultura per l’intero mondo antico e persino di civiltà che mai hanno avuto connessioni con la Sardegna.”
D’Oriano oubliettemagazine

Insomma Giovanni Ugas, archeologo maturo e con decenni di carriera alle spalle, per cio` che si puo` comprendere dalle parole di Rubens D`Oriano sarebbe ridotto, en passant, ad “un dilettante dell`archeologia fai da te” perche` convinto delle prove da lui supportate nella sua opera di 1024 pagine. Ma non e` solo il caso di Ugas a destare scalpore nelle parole a dir poco inorridite di D`Oriano:

“Di recente il massimo esperto della questione, l’egittologo G. Cavillier, Direttore della Missione Archeologica Italiana a Luxor e del Progetto di Ricerca Shardana, nel corso di una conferenza a Olbia ha presentato i dati di base della questione Shardana in tutta la loro problematicità, ricordando che ad oggi non è ancora possibile escludere, ma nemmeno accertare, che essi abbiano a che fare con la Sardegna nuragica. Il caso ha voluto che pochi giorni dopo a Sassari si sia tenuta una conferenza di un altro egittologo, il Direttore del Museo Egizio di Torino, il quale, ad una domanda del pubblico, ha brevemente risposto che gli Shardana sono i Nuragici, certamente senza sviluppare neppure per cenni la complessa problematica. Ovviamente i fantarcheologi hanno gridato al “giustizia è fatta”, ovviamente senza valutare la differenza tra chi, come Cavillier, si dedica da tempo al problema e chi, il collega del Museo di Torino, non lo ha mai trattato ed ha perciò fornito una risposta non adeguatamente informata.”

 D’Oriano, Ibidem

Che tradotto, per i meno perspicaci, suonerebbe come un adagio di Sordiana memoria: “Io so io e voi..”
Dunque tralasciando di discutere nel merito il metodo di Ugas, come professionalita` imporrebbe, D`Oriano si accontenta di descrivere, a dir poco sorprendentemente e in maniera minuziosa, il metodo dei sostenitori della connessione ShRDN-Sardi nuragici, ma solo la versione dei supposti “minus habens”, in modo tale che sia chiaro a tutti che delle prove messe sul tavolo da Ugas e dai suoi predecessori o contemporanei, proprio non si vuole parlare:

Un esempio del “metodo” di questi signori è il seguente: siccome Shar-Dan starebbe per “tribù di Dan” (chissà in quale film), basta cercare in Europa tutti i luoghi nel cui nome c’è la sequenza dan ma va bene anche din, don, den, con tanti saluti alla glottologia (è roba da mangiare?) e un benvenuto allo scampanìo della vicina chiesa – e facilmente si scopre che furono i Nuragici a dare il nome a Londonderry, alla Scandinavia, alla Danimarca, al fiume Don, ecc. Applicando lo stesso “metodo” ho trovato una città cinese Handan e una statunitense Mandan… perciò i Nuragici hanno visitato e magari civilizzato anche la Cina e l’America del Nord? E se dovessimo entrare in contatto con una civiltà extraterrestre che si chiama, per dire, Oyhdanset i Nuragici hanno viaggiato tra le stelle?

D’Oriano, ibidem

Assodato che finiscono nello stesso calderone della fantarcheologia i supposti “minus habens” del “Din Don Dan” insieme a tutti coloro che da Champollion in poi, passando per Pallottino fino ad arrivare a Giovanni Ugas, sostengono l`ipotesi “a dir poco intollerabile” della relazione tra sardi nuragici e ShRDN delle fonti orientali, il passo successivo e` formalizzare che i “fantarcheologi” sono pericolosi estremisti e sardisti, dunque: “Fantarcheosardisti”.
Il tema principale che D`Oriano mette sul piatto e` quello della nascita e consacrazione di un`ideologia nazionalista, che fonda la propria esistenza sul concetto di “identita` culturale”:

“Qui entra in gioco il problema di ciò che si suole chiamare “identità culturale” di un gruppo umano sufficientemente ampio. Non posso qui soffermarmi sugli argomenti per i quali essa è solo un mito consolatorio e a volte foriero di grandi sciagure (ci ricordiamo degli Ariani di Hitler?), e sul fatto che persino la continuità dell’identità del nostro singolo “io” traballa se analizzata con approccio scientifico, e perciò darò per scontato che essa esista. Ebbene anche in tal caso l’equazione Sardi=Nuragici è priva di senso. Non è necessario essere specialisti per capire che, salvo pochissime eccezioni di confinamento geografico e/o culturale, delle quali non fanno certo parte i Sardi e la Sardegna nel bel mezzo del Mediterraneo Occidentale, chi abita in una data porzione di spazio in un dato momento del tempo non può che essere il frutto, in termini genetici e, ciò che importa veramente, culturali, di tutte le fasi storico-culturali che vi si sono avvicendate e che – se mai si potesse matematizzare in percentuali l’eredità culturale – in generale saranno maggiori le “quantità” di retaggio derivante da secoli maggiormente vicini e minori quelle più remote man mano che si precipita sempre più indietro nell’abisso del tempo.” […]

[…] “Perciò in Sardegna cosa di meglio della fase nella quale si produsse una civiltà per svariati versi originale e certamente di primissimo piano nel Mediterraneo Occidentale? Cosa di meglio, per supportare lo stucchevole piagnisteo della Sardegna attuale sfruttata e maltrattata solo da maligni poteri ad essa esterni (come se non fosse una Regione Autonoma, non di rado politicamente mal gestita, ormai da molti decenni)? Cosa di meglio, anche per movimenti politici e culturali di sardismo indipendentista o simili, per cercare ancoraggi identitari il più possibile locali da contrapporre all’angoscia montante da globalizzazione? Cosa di meglio, per tutti questi scopi, se non il sentirsi i grandi Nuragici, prima, e poi i “poveri” Nuragici colonizzati ecc. dai malvagi Fenici, Punici, Romani ecc. (un altro mito del tutto assurdo)?”

 

D’Oriano Ibidem

Una teoria, insomma, che a sentir D`Oriano, contribuirebbe a generare novelli Hitler con la berritta in testa. Deve essere chiaro a tutti infine, che la stessa e` pericolosa, foriera di violenza e, secondo la Ardu, dulcis in fundo, genererebbe fenomeni anomali di suprematismo razziale:

“Dal mito di Atlantide ai cosiddetti Popoli del Mare (di cui si rivendica gli Sherden facessero parte) passando per l’invenzione della scrittura e della scultura a tutto tondo nell’età del Bronzo, emerge così la volontà di evocare un nazionalismo becero, a sfondo razzista, portatore di un messaggio ascientifico e intollerante, funzionale al raggiungimento di un consenso elettorale piccolo ma rumoroso e ben ammanicato. La maggior parte dei fantarcheologi dichiarano di essere sardisti o indipendentisti, sostenuti da politici che appoggiano un nazionalismo reazionario, che ha assunto il volto dell’etnicismo esasperato con assetti niente affatto emancipativi, in nome dell’appartenenza ad una presunta e astratta “sardità”, che spinge il popolo verso la superiorità della razza, e la non accettazione di tutto ciò che viene dall’esterno.”

Alla luce di tutte le precedenti considerazioni esposte, che generano nei piu` un pizzico di rammarico per la nettezza con la quale vengono espresse e per la confusione che generano in un`opinione pubblica molto variegata, composta in maggioranza da anime moderate quanto silenziose che si sentono dei pesci fuor d`acqua nell`oceano dalle facili generalizzazioni, chiuderei l`articolo con qualche semplice domanda da rivolgere agli archeologi che in queste settimane si stanno esprimendo in merito al tema controverso della connessione ShRDN-sardi nuragici.

  1.  Si puo` studiare la relazione tra ShRDN e Sardegna in piena liberta` e senza giudizi etici nel campo scientifico, oppure si deve necessariamente evitare per cio` che (secondo ipotesi arbitraria) comporterebbe: xenofobia, razzismo, nazionalismo? Ovvero anche qualora fosse ampiamente confermabile a maggioranza dal punto di vista scientifico la connessione ShRDN-Sardi nuragici, si dovrebbe evitare di divulgarlo per dovere etico?
  2.  E` compito dell`archeologia dare giudizi morali ed etici sulle scoperte scientifiche?
  3.  E` necessario dibattere in merito alle posizioni antitetiche di colleghi archeologi ammantandole di una visione nazionalpopolare, anziche` dar loro credito scientifico nella discussione archeologica complessiva?
  4.  Cosa hanno a che fare tra loro archeologia e politica? La politica si puo` occupare di archeologia? L`archeologia si puo` occupare di politica?
  5.  Quando e` che il meccanismo si inceppa, quando la politica parla di archeologia o quando l`archeologia parla di politica? Chi delle due e` piu` legittimata ad orientare i processi dell`altra secondo la Costituzione italiana?

Ringraziando anticipatamente chiunque si volesse avventurare nella risposta a queste semplici domande, mi piacerebbe inoltre suggerire che si rispondesse facendo finta di essere al cospetto, magari in un aula magna di qualche prestigiosa Universita`, dei vari Champollion, De Rouge`, Chabbas, Peroni, Pallottino, Gras, Karageorgis, di modo che, almeno in quella sede, non si possa utilizzare il sardismo come argomento per smontare una teoria che sopravvive da almeno due secoli.

Stefano Lecca

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